Palla coperta o palla scoperta? – (5-5-5)

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5-5-5 una rubrica di tattica
5-5-5 la rubrica per intenditori

Nuova stagione, nuove rubriche. In questo spazio proporremo tre domande di tattica ad un istruttore diverso, ogni settimana. L’obiettivo è quello di offrire a chiunque gli strumenti necessari per capire meglio questo pazzo sport. Una rubrica aperta a tutti, genitori o bambini, istruttori o dirigenti, match analyst o semplici curiosi: la tattica, per quanto demonizzata, è parte integrante del calcio e difficilmente si può farne a meno. Bisogna solo trovare il linguaggio adeguato. Per questo primo appuntamento, abbiamo intervistato Domenico Maggiora, ex calciatore professionista (sei stagioni nella Roma tra il 1976 e il 1982) ed ex allenatore del settore giovanile della Juventus. Abbiamo fatto una chiacchierata su uno dei rudimenti tattici del calcio – la posizione della palla – una piccola “lectio magistralis” che potrete riutilizzare con vanto sia nello spogliatoio sia in tribuna, quando un ammorbante 0 a 0 richiede una particolare spiegazione tecnica. Ricordate però, come diceva il Vujadin Boskov, che «un 2 a 0 è un 2 a 0, e quando fai 2 a 0 vinci».

Parliamo di palla coperta e palla scoperta. Ci spiega il concetto?
«Sono due termini che fanno capire al calciatore che movimento difensivo fare durante un’azione. La palla è coperta quando un difensore aggredisce il portatore di palla avversario, scoperta se invece nessuno si preoccupa di marcare la palla, così che il portatore sia libero di giocarla indisturbato. In entrambe le situazioni, il difensore reagirà in maniera differente: quando la palla è coperta, dovrà preoccuparsi di coprire la diagonale e staccarsi dalla marcatura in modo da difendere lo spazio prima dell’uomo. Al contrario, se la palla è scoperta, o aggredisce il portatore – se vicino alla palla – così da impedire una giocata facile, oppure temporeggia, cercando di staccarsi dalla marcatura e correre verso la porta. Quest’ultima situazione è importante da capire per difendere, ad esempio, il contropiede».

Da che età si può iniziare a parlare di questo aspetto tattico?
«In maniera molto soft, si può tranquillamente cominciare dai Pulcini. Ovviamente bisogna trovare il linguaggio giusto, anche e soprattutto per le questioni tattiche. Non sono un promotore del “lasciar fare”, credo che anche i bambini abbiano bisogno di direttive, oltreché tecniche, anche sulla posizione in campo. Certo, la libertà di inventiva è importante, non bisogna sacrificare il talento o la giocata individuale per il “sistema”, ma ci sono alcuni argomenti che sono basilari come è basilare saper stoppare il pallone».

Come si allena, allora, nei ragazzi più piccoli?
«Nei bambini, la componente visiva è la parte più importante. Durante gli allenamenti, l’istruttore deve fermare il gioco il più spesso possibile, per spiegare gli errori, ma anche per offrire le alternative. Ad esempio, in una situazione di uno contro uno, il bambino deve capire che può aggredire il pallone, cosa che in caso di inferiorità numerica non è così scontata. Allora entrano in gioco fattori come la posizione del corpo o la corsa all’indietro per guadagnare tempo in attesa dei compagni, tutti atteggiamenti che devono essere provati in allenamento. Se vuoi che il ragazzo abbia la capacità di scegliere, è necessario spiegargli tutte le variabili e, per questo, il linguaggio giusto funziona più dell’esercizio stesso. Non serve a nulla rimproverare per un errore se non si spiega prima quale sia stato».