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Intervista

Curling, l’oro dell’Italia accende l’entusiasmo ma a Torino le luci si spostano sul PalaTazzoli

Davide Flora, referente tecnico della squadra sportiva “Draghi Curling Club Torino” e Coach della Nazionale Italiana Sport Sordi, sul movimento italiano e le difficoltà della pratica nel nostro territorio

curling

Il Team Italia Curling Deaf FSSI (Federazione Sport Sordi Italiani) all'Europeo di novembre in Polonia

L’inaspettata medaglia d’oro alle Olimpiadi Invernali di Pechino conquistata da Amos Mosaner e Stefania Costantini nel Curling categoria Doppio Misto scrive la storia dello sport italiano con la prima medaglia degli azzurri in una specialità considerata lontana dalla nostra cultura sportiva e quindi tutta da scoprire.

I due atleti si sono resi protagonisti di un cammino sbalorditivo che li ha visti uscire vincitori in tutte e undici le gare disputate nel torneo olimpico. Non una cosa da poco considerando che hanno battuto nazionali ben più quotate come i campioni uscenti del Canada, la Svezia e la Norvegia, conquistando a poco a poco il cuore degli appassionati di sport.

Per capire la portata dell’evento abbiamo sentito Davide Flora, referente tecnico della squadra sportiva “Draghi Curling Club Torino”, oltre che Coach della Nazionale Italiana Sport Sordi: «Questa vittoria è a dir poco impressionante, Amos e Stefania hanno fatto un regalo immenso al movimento italiano di questo sport. Considerando che siamo una grande famiglia che oscilla tra i 200 e i 300 atleti in tutta Italia ci conosciamo tutti, e loro sono stati dei giganti.

L’Italia in confronto al Canada fa “micro-curling”: un loro impianto in media può contare su 600 atleti. Nonostante ciò, i nostri azzurri li hanno distrutti senza mezzi termini e non possiamo che essere esaltati da questo grande risultato».

Come nasce la tua passione per il curling?

«Sostanzialmente a incuriosirmi sono state le Olimpiadi del 2006 disputate qui a Torino, finiti i Giochi ho scoperto che comunque questo sport si praticava in città dal 1999, e proprio da quel momento c’è stato un boom di persone che come me sono rimaste affascinate da questo gioco che è fondamentalmente di strategia.

Nell’ambiente viene paragonato agli scacchi, con la differenza che sulla scacchiera non hai un numero illimitato di mosse. Se poi inizi a capire tutta la strategia che c’è dietro il curling ti prende e non puoi smettere di giocarci. E poi è tutta una questione di precisione, una volta che hai deciso la mossa da fare non puoi sbagliare di un centimetro, e in questo i nostri azzurri sono stati a dir poco fenomenali».

Il curling torinese dopo quel boom non sta però passando un buon periodo. Che succede?

«Partiamo da una premessa. Il curling ha bisogno di un ghiaccio che non è uguale a nessun altro sport su questa superficie, tant’è vero che gli atleti non usano dei pattini che altrimenti rovinerebbero la pista. Mantenere la temperatura ideale è poi ovviamente fondamentale affinché la pista sia nelle condizioni ottimali.

La sede in cui noi svolgiamo le nostre attività è il Palaghiaccio Tazzoli dove chi praticava questo sport prima delle Olimpiadi del 2006 doveva farlo nel campo di hockey, poi grazie ad un lauto finanziamento sono state realizzate due piste che purtroppo non sono mai state sfruttate a pieno.

Il sistema del Tazzoli non è tarato a sostenere con continuità la temperatura ottimale, per cui chi gestisce quel ghiaccio deve avere costantemente a che fare con chi gestisce l’elettricità, ovvero l’Iren, che è un colosso e non è una situazione sempre facile da gestire.

Avevano riaperto il PalaTazzoli a novembre ma già a dicembre il ghiaccio era rotto. E la mancanza di manutenzione è un grande peccato visti i soldi spesi. A ciò si aggiunge che la pandemia ha distrutto la stagione.

Il Team Italia Curling Deaf FSSI sul ghiaccio di Pinerolo

Come sopperite alla situazione?

«In questo momento avere l’impianto chiuso è un grande danno, il movimento tutto sommato è in crescita ed è un colpo al cuore ogni volta che qualcuno mi chiede se può venire ad allenarsi dire di venire a Pinerolo, dove poi gira gran parte del movimento italiano.

A maggior ragione dopo questa vittoria. In questi giorni gente al bar mi fermava per chiedermi curiosità e uno lì capisce che con la giusta visibilità è uno sport che attira chi magari non ha mai visto una partita.

Per fare un esempio a novembre abbiamo partecipato con la Nazionale Italiana Sordi agli Europei che si sono tenuti in Polonia, e per prepararci dovevamo fare almeno 3-4 allenamenti a settimana. A volte ci adattavamo sul campo di hockey con tutte le difficoltà del caso, ma è ovvio che per andare a competere al meglio ci toccava anche andare a Pinerolo con lo spostamento in macchina che non è piacevole.

In ogni caso quando c’è la passione certi aspetti passano in secondo piano. Voglio che la gente sappia che noi ce la mettiamo e lavoriamo per questo: Amos e Stefania sono lì a testimoniarlo».

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