Che cos’è un DPCM?

Proviamo a capire cosa significa questa sigla ultimamente così in voga

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È una sigla entrata prepotentemente nel nostro quotidiano. Prima di qualche mese fa molti di noi non l’avevano mai sentita pronunciare e pochi sarebbero stati in grado di dire che significato potessero avere quelle quattro consonanti messe insieme. È il fantomatico DPCM, uno strumento giuridico che in poco tempo è passato da perfetto sconosciuto ad assoluto protagonista della vita dell’intero paese.

La sigla sta per Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri. Questo atto rientra nella categoria dei Decreti ministeriali (D. M.) ossia atti amministrativi con i quali i ministri esercitano il potere che gli è stato conferito nell’ambito delle materie di propria competenza.

Bisogna tener presente che all’interno dell’ordinamento dello Stato italiano esiste una gerarchia delle fonti dalle quali lo Stato stesso prende forma. Sul gradino più importante c’è la Costituzione che è il documento fondamentale da cui derivano tutti gli altri (altrettanto importanti sono gli accordi internazionali e le norme dell’Unione Europea). Subito sotto si collocano le leggi del Parlamento (leggermente più importanti dei decreti-legge e dei decreti legislativi). Al gradino più basso della scala ci sono invece proprio quegli atti amministrativi (regolamenti di attuazione delle leggi, ordinanze) tra i quali rientrano i DPCM. Normalmente, attraverso questi atti non sarebbe possibile derogare a norme che stanno su gradini più alti della gerarchia come la Costituzione o le leggi del Parlamento.

L’utilizzo massiccio dello strumento dei DPCM è dovuto a una scelta dell’attuale governo che, attraverso un atto avente forza di legge come il decreto-legge (n.6/2020) ha reso ammissibile che su iniziativa del Ministro della Salute, il Presidente del Consiglio dei ministri adotti tramite proprio decreto “ogni misura di contenimento e di gestione adeguata e proporzionata all’evolversi della situazione epidemiologica”.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Il problema più grande che si è riscontrato con l’utilizzo di questo strumento sta nel fatto che non c’è certezza circa la sua natura: non si sa se il DPCM rientri nella categoria dei regolamenti o delle ordinanze. La differenza è importante poiché mentre i regolamenti servono semplicemente a specificare il modo in cui una legge del Parlamento deve essere attuata, le ordinanze sono invece strettamente legate alla sussistenza di uno “stato d’emergenza” e sono quindi contraddistinte da una scadenza temporale. Inoltre i regolamenti devono sempre tener conto di ciò che le leggi del Parlamento impongono (riserva di legge assoluta) mentre le ordinanze, proprio in virtù del fatto che vengono emanate durante situazioni eccezionali, possono in parte sostituirsi alle leggi (riserva di legge relativa).

Un parziale superamento di questi dubbi si è avuto grazie a un altro decreto-legge (n. 19/2020) con il quale i DPCM sono stati di fatto equiparati alle ordinanze. Sono però rimaste aperte alcune questioni dal momento che per molte delle misure previste dai DPCM non sono state previste scadenze temporali. Sempre con questo secondo decreto-legge, sono stati superati molti dei problemi che l’utilizzo dei DPCM poneva dal punto di vista della conformità alla Costituzione.

In particolare il fatto di limitare la libertà di circolazione attraverso uno strumento così ambiguo ha suscitato forti critiche. Proprio l’equiparazione del DPCM all’ordinanza ha però di fatto chiarito la questione dal momento che per l’art. 16 della Costituzione (sulla libertà di circolazione) è prevista una riserva di legge soltanto relativa ed è dunque possibile limitarlo anche tramite ordinanze (come deciso dalla sentenza della Corte costituzionale n. 68/1964)

Dunque una sigla di cui, ahi noi, sentiremo ancora molto parlare e che è destinata a incidere sulle nostre vite chissà fino a quando…