Roberto Baggio: il compleanno di una leggenda italiana

Ripercorriamo la carriera di uno dei calciatori azzurri più amati di sempre

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(foto Ben Radford: Allsport UK, Getty Image

Dopo che la due-giorni di Champions League ci ha permesso di ammirare gli idoli del presente e del futuro, facciamo un salto nel passato alla riscoperta della leggenda italiana Roberto Baggio, nel giorno del suo 54esimo compleanno.

Un personaggio unico

Parlare di Roberto Baggio significa parlare di uno dei calciatori più amati di sempre dal pubblico italiano.

Specialmente per le generazioni di appassionati venute al mondo tra gli anni ’70 e gli ’80, il Divin Codino è l’idolo per eccellenza, il calciatore preferito dal quale trarre l’ispirazione per replicare gol e giocate.

Rappresentante perfetto della categoria dei fantasisti o “numeri 10“, con 205 gol è il settimo realizzatore all-time della Serie A (pur non avendo mai vinto la classifica cannonieri) nonché recordman per gol ai Mondiali (9 reti, primato condiviso con Bobo Vieri e Paolo Rossi) con la maglia azzurra, vestendo la quale ha siglato in totale 27 reti in 56 partite (unico italiano in gol in tre Mondiali diversi, ’90, ’94, ’98).

Per la sua storia, fatta anche di rapporti conflittuali con molti personaggi importanti, ma anche grazie alla sua immagine sincera, Baggio rimane uno dei volti più rappresentativi del panorama calcistico mondiale e il simbolo dell’Italia sportiva di fine millennio.

Se poi si pensa che, rispetto ad altri campioni, Baggio non vanta numerosi titoli in bacheca, la sua grandezza risulta ancora più sorprendente.

È forse proprio il fatto di non aver avuto bisogno di portare a casa tanti trofei che distingue Baggio da molti altri. Al di là del Pallone d’Oro del 1993, arrivato dopo la Coppa UEFA vinta da protagonista con la Juventus (doppietta nella finale d’andata contro il Borussia Dortmund), il mito che è andato costruendosi intorno alla sua figura rimane legato semplicemente alla sua estetica quasi inavvicinabile: il dribbling, le punizioni, gli assist e i gol geniali.

 

Col Pallone d’Oro vinto nel 1993 (foto wikipedia.org)

 

La carriera

Ovunque abbia avuto l’opportunità di mettersi in mostra, Roberto Baggio è sempre diventato il giocatore più apprezzato dalle tifoserie.

Lo è stato al L. R. Vicenza, squadra della sua provincia di nascita e con la quale ha esordito da professionista nel 1885.

Forse più che mai è stato idolo per i tifosi della Fiorentina, con la quale ha iniziato il cammino in Serie A nell’86, segnato il promo gol (su punizione), e dalla quale si è dovuto forzatamente separare per accasarsi a Torino dagli odiati rivali della Juventus.

 

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La mitica coppia viola “B2” Baggio-Borgonovo (foto wikipedia.org)

 

Ma nonostante gli inizi pieni di polemiche ed episodi unici come il rifiuto di calciare un rigore proprio contro la “sua” Fiorentina, gli anni in bianconero (1990-1995) sono anche stati i più prolifici: 115 reti in 200 presenze, uno scudetto e la già citata Coppa UEFA del ’93.

Dopo la Vecchia Signora, lo scudetto del ’96 con il Milan, una stagione al Bologna e una all’Inter, senza mai farsi mancare qualche screzio con gli allenatori (Capello, Sacchi, Renzo Ulivieri o Lippi) e sempre con qualche infortunio di troppo, caratteristica che ne ha frenato la continuità, non impedendogli però di donarci con regolarità sprazzi di bellezza.

Nel 2000 l’ultimo trasferimento della sua carriera, al Brescia, un’isola felice dove recitare un ruolo da assoluto protagonista, al fianco dell’allenatore Carletto Mazzone, per portare una società modesta a traguardi impensabili, come l’ottavo posto del 2001 e la finale di Intertoto persa con il PSG.

Un’ultima esperienza durante la quale si divertì e fece divertire, e al termine della quale fu omaggiato da tutto il popolo italiano, simbolicamente rappresentato dalla standing ovation dello stadio San Siro al termine della stagione 2003-04. E non importa se tutto questo non bastò per partecipare a un altro Mondiale e a un Europeo con la maglia azzurra.

Perché Baggio è così amato

Già, non importa perché proprio con quella stessa maglia azzurra, Roberto Baggio ha dato il meglio di sé ed è entrato nel cuore degli italiani, soprattutto rendendo indimenticabili le estati degli anni ’90.

Dopo l’esordio nel 1988 e il primo gol contro l’Uruguay (guarda caso su punizione), già a  Italia ’90 si fece notare con un gol strepitoso come quello contro la Cecoslovacchia.

Ma è a USA ’94 che Baggio raggiunge l’apice della sua carriera in azzurro: dopo un girone iniziale in sordina, arriva una doppietta in un assurdo ottavo contro la Nigeria, il gol partita contro la Spagna ai quarti, e un’altra doppietta decisiva nella semifinale con la Bulgaria.

 

La maglia azzurra più rappresentativa

 

La finale col Brasile sarebbe potuta essere l’epilogo perfetto per un fuoriclasse del suo calibro. Invece, come accadutogli durante tutte le sue avventure per colpa di litigi o infortuni, anche il Mondiale del ’94 finisce male.

A rovinargli la festa questa volta è un rigore. L’ultimo rigore della serie calciato incredibilmente alto sopra la traversa.

Ma una canzone del 1980, dedicata ai calciatori classe ’68 (peccato, bastava un anno in più), ci insegna che non è da un calcio di rigore sbagliato che si deve giudicare un giocatore. E noi mai giudicheremo Baggio per quel rigore sbagliato in finale col Brasile. Anzi, siamo convinti che, come ci ricorda un cantante bolognese (nato curiosamente proprio nel 1980), «da quando Baggio non gioca più, non è più domenica».