Splendida leggenda maledetta: ecco chi era e chi è Diego Armando Maradona

Tra Buenos Aires e Napoli, un eroe dei due mondi moderno

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E’ un giorno molto triste per il calcio. Non esistono bandiere né colori in questi , perché Diego non c’è più. Diego aveva 60 anni, Diego era un poeta sul campo, Diego è stato il sogno di tutti, Diego era “el pibe de oro“.
Diego ha incantato nazioni intere, Diego ha unito città al grido del suo nome, Diego è stato leggenda. E’ stato D10s, un Dio in terra e sempre col piede incollato al pallone.
Diego, Diego non c’è più.
Diego, voglio chiamarlo così e non col cognome che l’ha reso famoso, cioè Maradona, perché Diego era innanzitutto un uomo. Fragile, forse troppo, e colpevole di aver fatto parecchie scelte sbagliate nella vita, che alla fine ce l’hanno portato via. Ora tutti i telegiornali mostrano un Diego appesantito dagli anni, dalla sregolatezza, dall’alcol, dalla droga e da tutte le tentazioni a cui non ha saputo dire di no a causa della sua popolarità. Conoscete bene questa parte della storia, ma io adesso voglio raccontarvi l’inizio, quello della fiaba calcistica più bella che esista: la storia di Diego Armando Maradona.

E’ nato a Lanùs, una città poverissima dell’Argentina, il 30 Ottobre 1960. Cominciò a giocare nella squadra allenata da suo padre, l’Estrella Roja, quando era soltanto un Pulcino. Chissà se suo padre sapeva già quanto Diego sarebbe diventato grande col pallone tra i piedi… quel che posso dirvi è che a soli 10 anni entrò a far parte della squadra giovanile dell’Argentinos Juniors, e appena sei anni dopo esordì in prima squadra nella prima divisione argentina. 16 anni appena compiuti, mica male eh? Soltanto Sergio Aguero (che tra l’altro è suo genero) ha battuto questo record.
Cominciando a prendere confidenza sul campo, diventò subito chiaro agli occhi di tutti che Diego non era affatto come gli altri: aveva un dono speciale, e sia nel 1979 che nel 1980 vinse il premio del Pallone d’Oro sudamericano, a 19 e 20 anni. Nel 1980, in una partita contro il Deportivo Pereira, Diego mise a segno una delle sue reti più belle. 
Il suo talento indicibile cominciò ad attirare l’interesse delle grandi società, così come il miele attira gli orsi, al punto che a soli 21 anni indossò la maglia dei Boca Juniors, che vennero condotti alla vittoria del Campionato Metropolitano di apertura nel 1981. Le reti di Diego aumentarono partita dopo partita, e così anche il suo ingaggio cominciò a toccare cifre stellari. L’anno successivo, infatti, i Boca Juniors non potevano permettersi di pagare quella cifra, ed è a questo punto della storia che entra in gioco il Barcellona con un’offerta da capogiro: un milione e duecentomila pesetas spagnole per rendere Maradona blaugrana. Quante sono un milione e duecentomila pesetas spagnole? Circa 12 miliardi di vecchie lire.

Eccolo qui, il nostro Diego, agli albori della leggenda, inconsapevole che i suoi anni al Barcellona sarebbero stati molto sfortunati. Per la maggior parte del tempo, infatti, Diego fu infortunato o tenuto lontano dal calcio da problemi di salute. Le poche volte in cui entrava in campo, però, bastavano a fare la differenza: nella stagione ’83/84 segnò ben 11 reti in 16 partite disputate. A lui bastava guardarlo soltanto il pallone, per far gol.

Tutti vogliono Diego, tutti scalpitano per Diego, e alla fine una società italiana riesce ad ingaggiarlo per la modica cifra di 13 miliardi di lire. Forse la conoscete, si chiama Napoli. Diego fa ufficialmente il suo ingresso al San Paolo il 5 Luglio 1984, e la città, ancora inebriata dall’arrivo di una stella del suo calibro, accoglie così il suo nuovo Re.

Il capitolo Napoli è senz’altro uno dei più importanti nel grande e complesso libro della vita di Diego Armando Maradona, perché segna un legame indissolubile che un singolo uomo ha saputo creare con una città intera, straziata da problemi di povertà, corruzione e camorra: eppure, quando giocava Diego, col numero 10 stampato sulla schiena, tutta Napoli era allo stadio ad applaudirlo, a urlare il suo nome, a esultare per ogni sua rete e soprattutto a sognare di sconfiggere le squadre più grandi e forti del campionato. Tutti i problemi restavano fuori dallo stadio. Quello era il santuario di Diego, che dribblava qualsiasi avversario, segnava gol contro le leggi della fisica, macinava chilometri come fossero centimetri, portava il Napoli su e su e ancora più su in classifica, fino alla vittoria dello scudetto nella stagione ’86/87.

Il 1986 fu un anno d’oro per Diego, non solo nel club del Napoli, ma anche con la maglia della Nazionale. Ai Mondiali del Messico, infatti, l’Argentina tornò in patria insieme alla Coppa del Mondo vinta grazie ai 5 gol e ai 5 assist in 7 partite, tutti con la firma di Diego. La partita più famosa fu quella dei quarti di finale, contro l’Inghilterra. “Perché mai?” vi chiederete. Pochi anni prima, nel 1982, Argentina e Inghilterra stavano combattendo una guerra l’una contro l’altra per decidere chi dovesse avere la supremazia delle isole Falkland, posizionate proprio accanto all’Argentina: storicamente esse erano da sempre appartenute all’Inghilterra, ma l’Argentina, che versava in condizioni economiche disastrose, pensò di attaccare “a sorpresa” l’arcipelago per impadronirsene. L’Inghilterra, però, respinse con forza l’attacco e mantenne il controllo delle isole Falkland. Il fatto che quattro anni dopo Argentina e Inghilterra si sfidassero sul campo di calcio venne visto come un ritorno a quel conflitto. Stavolta fu l’Argentina a vincere, grazie a due gol di Diego che poté così “vendicare” la sua nazione. Questi due gol sono passati alla storia, uno perché segnato con la mano (e Diego poi disse che era stata “la mano di Dio” a guidarlo), l’altro per la quantità infinita di avversari che Maradona ha dribblato da centrocampo, prima di segnare (e chiamato da quel giorno “il gol più bello del secolo”).

Da un successo così grande, poi, iniziarono i problemi. Diego si trovò investito da una popolarità immensa che non sapeva gestire e che ben presto si fece sentire anche sul fisico. Gli anni ’90 segnarono un progressivo declino della grande stella Diego Armando Maradona, finché ai Mondiali del 1994 durante degli esami fu trovato positivo al doping e squalificato. Senza di lui, l’Argentina fu eliminata agli ottavi di finale.

Il suo conflitto interno fu la sua ombra per molto tempo, non gli diede pace neppure quando dal Napoli si trasferì al Siviglia e poi di nuovo al Boca: non era più lo stesso, aveva perso “la magia”, si era appesantito fisicamente e non reggeva i ritmi di gioco. La sua ultima partita ufficiale è del 1998.

E’ stato allenatore, certo, anche della sua amatissima Argentina dal 2008, e ai Mondiali del 2010, dove poi l’Argentina fu eliminata per 4-0 dalla Germania, Diego fu squalificato anche come CT, poiché aveva preso a male parole un giornalista.

Ma io non voglio raccontarvi del suo declino. Diego è stato e sempre sarà una leggenda calcistica, un modello per qualsiasi calciatore. Il mondo oggi è triste, se n’è andato un pezzo della storia del calcio.

Ciao, Diego