Viaggio nelle più gloriose società italiane tra mito e storia: il Torino

114 anni di attività dai dissidenti della Juve alla notte del San Mamés

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Zaccarelli, Sala e Graziani (foto wikipedia.org)
Zaccarelli, Sala e Graziani (foto wikipedia.org)

Come ogni 3 dicembre da ormai 114 anni, oggi il Toro compie gli anni! Iniziando proprio dal club granata, cogliamo l’occasione per intraprendere un viaggio a puntate nella storia delle società che hanno reso grande il calcio italiano.

Gli albori

La storia del Torino è indissolubilmente legata a quella dell’altro club importante della città, la Juventus (nata nel 1897 e alla quale sarà dedicata la seconda puntata). Il Toro nasce infatti da una scissione attuata da un gruppo di dissidenti proprio della Juve che il 3 dicembre del 1906 diedero vita al Foot Ball Club Torino. Meno noto è però il fatto che oltre a questo gruppo staccatosi dai bianconeri, ad avere un ruolo importante nella nascita del club fu anche l’allora già esistente FC Torinese (società nata nel 1894 che visse quindi per soli 12 anni ma recentemente ricostituitasi).

 

Il bar Norman, al tempo birreria Voigt, di via Pietro Micca 22, dove il gruppo di dissidenti guidato da Alfred Dick diede vita alla fusione con la Torinese che portò alla nascita del Toro

 

A legarlo ulteriormente alla Juve, fu anche il fatto che il neonato Toro fece la sua prima apparizione in una partita ufficiale proprio in un derby, il 13 gennaio 1907 al Velodromo Umberto I, bagnando l’esordio con una vittoria per 2-1. Di quel primo incontro rimane un simpatico aneddoto riguardante Alfred Dick, capo dei dissidenti che pochi mesi prima avevano piantato in asso la Juve: durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo infatti, qualcuno, probabilmente uno juventino vendicativo, riuscì a chiuderlo a chiave dentro il bagno dello spogliatoio costringendolo a perdersi la seconda parte di gara e a seguire l’andamento della gara basandosi solamente sulle urla del pubblico!

I primi successi

Nel ventennio successivo, buoni risultati ma nessun trofeo riconosciuto a livello nazionale anche per qualche avvenimento sfortunato. Caso eclatante quello del campionato 1914-15, interrotto dallo scoppio della Prima Guerra mondiale proprio prima dell’ultima giornata, decisiva per l’assegnazione del titolo, nella quale il Toro avrebbe affrontato il Genoa (avanti di due punti in classifica ma sconfitto addirittura per 6-1 nella gara d’andata).

Fu dodici anni dopo, nel 1927, che il Toro ottenne sul campo il suo primo scudetto, poi revocato per un controverso caso di combine in cui era coinvolto, guarda caso, uno juventino. Si trattava del difensore Luigi Allemandi che, secondo la cronaca del tempo, fu convinto dal contabile del Toro Guido Nani a favorire i granata in cambio di una somma di denaro. La partita finì 2-1 per il Toro ma il difensore bianconero risultò comunque tra i migliori in campo, elemento che lascia tutt’ora parecchie ombre sulla vicenda.

I granata del presidente Marone-Cinzano non dovettero attendere molto per tornare a gioire, dato che solamente un anno dopo risultarono nuovamente Campioni d’Italia e poterono, questa volta sì, festeggiare il loro primo titolo, conquistato nel segno del tridente delle meraviglie Libonatti (primo oriundo a vestire la maglia azzurra della Nazionale) –BaloncieriRossetti, nonché del prodotto del settore giovanile Antonio Janni (che vincerà anche il secondo scudetto con il Grande Torino).

I quindici anni successivi, ad eccezione della Coppa Italia 1936, furono avari di vittorie.

Gli anni del mito

Il Toro conosce il suo periodo migliore nei anni ’40. Tra il 1943 e il 1949 infatti, i ragazzi capitanati da Valentino Mazzola vincono 5 dei 7 titoli della storia granata. Protagonista in campo è un gruppo di giocatori irripetibile, non a caso conosciuto in tutto il mondo come il Grande Torino(al quale è intitolato lo Stadio Olimpico), e votato al 13esimo posto della classifica delle squadre più forti di sempre dalla famosa rivista Fourfourtwo.

Innumerevoli le leggende legate a quegli anni, come quella del “quarto d’ora granata” – 15 minuti all’interno delle partite, sanciti da uno squillo di tromba proveniente dagli spalti, durante i quali Mazzola si tirava su le maniche e provare a contenere il Toro diventava impresa impossibile.

Per spiegare la dimensione del fenomeno Grande Torino si può però anche andare oltre alla mistica e raccontare un dato numerico: l’amichevole tra la nazionale italiana guidata da Vittorio Pozzo (commissario tecnico due volte campione del mondo cresciuto proprio nella società granata) e l’Ungheria, disputatasi l’11 maggio 1947 vide infatti gli azzurri presentarsi in campo con ben 10/11 (solo il portiere era della Juventus) appartenenti alla straordinaria squadra del presidente Ferruccio Novo e guidata quell’anno da Luigi Ferrero.

A interrompere l’epopea di quel mito fu il tragico incidente aereo di Superga del 4 maggio 1949, dal quale si salvarono soltanto coloro che per infortunio, come nel caso di Sauro Tomà, o per altri motivi, evitarono il viaggio a Lisbona per l’amichevole contro il Benfica, ultima gara disputata da quegli impareggiabili giocatori: “solo il fato li vinse“.

 

La prima pagina del settimanale sportivo Il tifone, il giorno dopo la tragedia

Dalla ricostruzione all’ultimo scudetto

Ripartire dopo un evento di quella portata fu ovviamente molto complicato e i granata dovettero passare anni bui durante i quali conobbero anche la prima retrocessione B della propria storia (1959). A risollevare del tutto le sorti del club fu l’arrivo alla presidenza di Orfeo Pianelli.

Imprenditore di successo e patron legatissimo all’ambiente del Filadelfia (storico stadio del Grande Torino che nel 1958 diventò campo d’allenamento), Pianelli è senza alcun dubbio il presidente più importante della storia del Toro dopo il già citato Ferruccio Novo.

Grazie ai suoi mezzi economici e alla sua visione, Pianelli seppe riportare il Toro al livello che gli spettava, potendo contare anche sull’aiuto di personaggi di spicco del panorama calcistico di quegli anni come Nereo Rocco (primo allenatore, con il Milan del 1963, a portare una Coppa Campioni in Italia); Giorgio Ferrini (Campione d’Europa con la Nazionale nel 1968, cresciuto nel settore giovanile e per molti anni capitano nonché tuttora recordman di presenze); e soprattutto grazie a un’altra leggenda compianta troppo prematuramente, la “farfalla granataGigi Meroni. Nella partita che seguì alla sua morte (Meroni fu investito dall’auto di Attilio Romero, che sarebbe poi incredibilmente stato anche presidente del club, portandolo per altro al fallimento), fu il partner d’attacco Nestor Combin ad omaggiare nel migliore dei modi quel talento cristallino scomparso tragicamente: tripletta nel derby (4-0 finale), urla e pugni al cielo per salutare un’ultima volta il compagno. Quarto gol di Alberto Carelli, con in dosso proprio la maglia numero 7 che era stata di Gigi.

Il momento topico della sua esperienza al vertice della società, Pianelli lo raggiunse però nel 1976, quando il Torino tornò, 27 anni dopo l’ultima volta, a conquistare il tricolore. Protagonista assoluto di quel successo, oltre a mister Gigi Radice, Paolo Pulici, bomber più prolifico della storia granata e per distacco giocatore più amato dai tifosi granata (considerando il Grande Torino come un’esperienza a parte). Al suo fianco, altri grandi della storia calcistica italiana come il “gemello del golCiccio Graziani, Claudio Sala, Renato Zaccarelli ed Eraldo Pecci, futuro compagno anche di Maradona nel Napoli e famoso per un “assist” indimenticabile al Pibe De Oro.

Un lento declino e la rinascita nel “Mondo”

Quella del ’76 è l’ultima vittoria granata nel massimo campionato. 17 anni separarono quello scudetto dalla Coppa Italia del 1993, in generale ultimo trofeo della storia del Torino. In mezzo, alcuni campionati ad ottimi livelli (come il secondo posto del 1985 dietro allo straordinario Verona di Osvaldo Bagnoli) e soprattutto un vivaio fantastico che fece incetta di titoli nazionali negli anni ’80. Indimenticabile anche il “derby del 3-2” del 1983, ribaltato dallo 0-2 iniziale con tre reti in poco più di 3 minuti grazie ai gol di Dossena, Bonesso e Torrisi! Nel 1989 però, la delusione della seconda retrocessione.

Come già accaduto dopo la prima discesa in cadetteria, il purgatorio durò soltanto un anno e, guidati da Eugenio Fascetti, i granata riuscirono a tornare subito in A. Nonostante la promozione, ci fu un avvicendamento in panchina che portò l’assegnazione della carica ad Emiliano Mondonico. Il “Mondo” è per i tifosi probabilmente l’ultimo allenatore davvero amato. A renderlo tale, non solo la già citata Coppa Italia del ’93 (vinta per 3-0 contro la Roma anche grazie all’autogol di Silvano Benedetti, torinese che fino all’anno precedente aveva vestito la maglia granata ed attuale Responsabile della Scuola Calcio) ma soprattutto l’indimenticabile cavalcata in Coppa UEFA dell’anno precedente, segnata dalla vittoria nella doppia sfida di semi-finale contro il Real Madrid e conclusasi male in finale con l’Ajax solamente per la “regola dei gol fuori casa” che dopo un 2-2 casalingo e uno 0-0 nella trasferta di Amsterdam condannò i granata alla medaglia d’argento.

 

L’iconico gesto di Mondonico che, all’ennesimo legno colpito dal Toro nella sfortunatissima finale di ritorno ad Amsterdam, alza una sedia al cielo in segno di protesta contro gli dei del calcio

 

Con la fine del “Mondo”, la fine di tutto, o quasi.

Il “mio” Toro

Con la chiusura del primo ciclo di Mondonico nel 1994, inizia la storia che anche io che sto scrivendo ho vissuto in prima persona. È la fase sicuramente meno gloriosa del club ma non per questo avara di episodi da raccontare.

Gli anni che portano al nuovo millennio sono costellati di cadute e risalite, dalla prima permanenza in B per più di una singola stagione (’96-’99) e da grandi difficoltà economiche.

Un piccolo spiraglio di luce tornò ad intravedersi soltanto nel 2001-2002, con un campionato da neopromossi chiuso a un buon 11esimo posto sotto la guida di Giancarlo Camolese e soprattutto con una stracittadina indimenticabile(per fortuna qui c’è la voce di Massimo Marianella a farla sembrare un po’ meno preistoria rispetto al 90° minuto della RAI).

Già nel 2003 però, una nuova retrocessione e gli anni più bui della storia granata culminati nel fallimento del 2005 che impedì al club di risalire in A nonostante la vittoria dei play-off.

A ridare vita al Toro, l’avvento del presidente Urbano Cairo. Dopo la prima promozione ottenuta nel 2006 e due salvezze sudate, nel 2009 un’altra brutta retrocessione, seguita da ben tre stagioni in B.

La (per ora) ultima rinascita di quella che si può tranquillamente definire la fenice granata si deve a un personaggio controverso come Giampiero Ventura. Famoso più per i demeriti che tre anni fa hanno portato alla mancata qualificazione dell’Italia ai mondiali che per i meriti sulle varie panchine sulle quali si è seduto, Ventura resta comunque l’unico allenatore del Torino ad aver centrato la fase finale di una competizione europea dai tempi di Mondonico. L’esperienza europea della stagione 2014-15, culminata con l’impresa del San Mamés, è il punto più alto vissuto dai tifosi granata della mia generazione. Sempre sotto Ventura, nell’aprile 2015, anche l’unico derby vinto dai granata negli ultimi 25 anni.

I colori e la poesia

Nonostante la primissima maglia indossata dal Toro nel 1906 (amichevole contro la Pro Vercelli) fu quella a righe arancio-nere indossata tutt’oggi dalla rinata FC Torinese, l’unico colore del club resterà sempre il granata.

Secondo la ricostruzione più attendibile, lo si deve al fatto che si decise di scegliere lo stesso colore adottato dalla “Brigata Savoia” dopo la liberazione della città di Torino dall’assedio francese del 1706, duecento anni esatti prima della fondazione del club. La Brigata aveva infatti optato per un fazzoletto color sangue in onore del messaggero caduto per portare la notizia del trionfo. Curiosità, eroe su tutti di quell’impresa fu Pietro Micca, proprio l’uomo al quale è intitolata la via dove è situato il bar in cui ebbe luogo l’incontro decisivo per la nascita del Toro.

 

La maglia con i colori originari della Torinese, utilizzata dal Toro come terza divisa nella stagione 2007-2008
Un’altra maglia ricorrente nella storia granata è quella con la banda diagonale in onore del River Plate, club con cui il Toro è gemellato dai tempi della tragedia di Superga, dopo la quale gli argentini organizzarono parecchie amichevoli e raccolte fondi di sostegno. Il Toro fu inoltre la prima squadra ad organizzare una tournè in Sud America nel 1914, dalla quale nacque anche la grande amicizia con i brasiliani del Corinthians.

In ogni caso, quello tra il colore granata della maglia e il sangue è un accostamento che calza a pennello con la storia del club e con la passione dei tifosi, da sempre conosciuti per essere tra i più attaccati alla propria squadra.

In particolare, questa rievocazione del sacrificio e dell’assoluta devozione alla causa la si ritrova in una parola spesso associata al Toro: il tremendismo. È uno di quei termini di difficile definizione che, come ad esempio la saudade per i brasiliani, possono avere mille significati. È però straordinariamente rappresentativo di quanto sia stata e sia (oggi forse più che altro per i risultati) tremenda, appunto, l’esperienza di tifare granata. Una prova di resistenza tra i dolori per le tragedie, sportive e non, e i grandi successi, anche a livello di giovanili. Un vissuto intenso tra la poesia di Gianni Arpino e, vista la mia età, il rap di Willie Peyote.